In estate, la marinda o colazione si faceva tra le sette e le otto, ora in cui una donna di famiglia si recava nei campi con un cestello per portare il primo pasto agli uomini che erano usciti di casa all'alba.
Il primo pasto della giornata era sostanzioso: una frittata di salame e cipolla, fette di polenta abbrustolita ed il vino. I cibi si cucinavano sul fogolâr e solo più tardi si introdusse lo spolèr o cucina a mattoni.
Per il pranzo si preparavano minestre d'orzo o di fagioli condite con lardo. Si mangiava anche il muset. A casa in genere, le donne servivano il pasto e si sedevano per ultime dopo aver distribuito le porzioni.
Nel pomeriggio, mentre gli uomini continuavano la fienagione nei campi, le donne rigovernavano la cucina e andavano a lavorare l'orto. Si cenava con polenta appena fatta, verdure, o uova, o salame o frittata. Nelle grandi ricorrenze si preparava carne di pollo.
In autunno i pasti erano meno sostanziosi. La colazione consisteva in uno scodellino di caffè, possibilmente corretto con un po' di vino. Per donne e bambini la colazione era il zuf, polpa di zucca lessata, schiacciata e portata ad ebollizione aggiungendo farina di mais. Quando si otteneva una consistenza cremosa, il zuf si versava nei piatti e si copriva con latte appena munto. Ciò permetteva di risparmiare il latte che sarebbe servito, poi, per produrre formaggio.
Da S. Andrea (ultima settimana di novembre) si cominciava ad uccidere il maiale e quindi le pietanze erano preparate con tutte le sue parti edibili. Alcuni insaccati si conservavano, altri si mangiavano subito, come i sanganei, a base di polmone.
D'inverno si mangiavano verze, musetto e brovada.
In primavera si raccoglievano le erbette, il tarassaco, il radic dal poc, i urtissons (asparagi selvatici), lo sclopit (la silene inflata) spesso mescolato alla frittata. Il brodo di manzo era privilegio delle famiglie più abbienti, mentre il consumo di formaggio era abbondante e spesso si faceva il frico (formaggio fritto in padella) con la polenta.
I dolci erano pochi, a Carnevale si preparavano i crostoli e le frittelle, durante l'inverno si mangiava pan suturc, pane di segala e farina di cinquantino con aggiunta di semi di finocchio. Pochi potevano permettersi una fuiassa (focaccia) primaverile, a Pasqua. Fra i dolci poteva essere inclusa anche la mula, a base di sangue di maiale cui si aggiungevano: uvetta, cacao, zucchero.
Il pane si consumava con molta parsimonia e la frutta non si mangiava a tavola, ma si raccoglieva all'occasione.
A Spilimbergo, da sempre centro commerciale di primaria importanza, si svolgevano fiere conosciute oltre i confini regionali che attiravano in città anche le popolazioni delle vallate contermini. Il centro storico era sede di mercato, osterie, locande e trattorie nelle quali si gustavano ottimi piatti. I rivenditori di vino pugliese, giunti in città a fine Ottocento, aprono i "bacheri", locali in cui, oltre alla cucina, si vendevano oli e vini mediterranei robusti che venivano tagliati (da cui il termine tajut) con i vini locali di bassa gradazione.
Dopo il secondo conflitto mondiale le abitudini alimentari mutarono, l'emigrazione aveva portato maggiore disponibilità economica. Molte persone potevano permettersi, ora, la carne, il caffè, lo zucchero, il pane e i biscotti, fino ad abbandonare, in buona parte le antiche pietanze.
Per ulteriori approfondimenti si veda lo studio di Franca Spagnolo, "Un piatto per ogni stagione", in Spilimbèrc, Società Filologica Friulana 1984, pp.545-562.
com'era arredata una cucina asìna